Tutela Legale Microimpresa

Comitas - Coordinamento Microimprese per la Tutela e lo Sviluppo

in collaborazione con

CERTIFICAZIONI ED ACCREDITAMENTI

Un accreditamento serio e concreto apporta ricadute positive in termini di fatturato, reputazione aziendale e valorizzazione dei prodotti; insomma un netto rafforzamento delle relazioni con clienti, fornitori e altre imprese.

Obbligatorie, regolamentate, volontarie. Le certificazioni non sono tutte uguali: quelle obbligatorie, ad esempio, riguardano i prodotti che rientrano in specifiche direttive comunitarie e che devono rispettare requisiti minimi per la sicurezza dei lavoratori, dei consumatori e per la tutela dell’ambiente. Ad esempio, le certificazioni bio (disciplinate dai regolamenti 834/07 e 889/08) che definiscono le norme di produzione, il sistema di controllo e le caratteristiche dell’etichettatura dei cibi biologici. Oppure la marcatura Ce, ossia la dichiarazione obbligatoria, rilasciata direttamente dal fabbricante, che il prodotto è conforme ai requisiti di sicurezza previsti dalle direttive europee.
Si chiama invece regolamentata la certificazione che fa riferimento a leggi nazionali o regolamenti comunitari, come ad esempio i regolamenti Cee 2081/92 e 2082/92 che hanno istituito per i prodotti agroalimentari i marchi di qualità Dop (Denominazione di Origine Protetta), Igp (Indicazione Geografica Protetta) e Stg (Specialità Tradizionale Garantita). La domanda di riconoscimento per i prodotti può essere presentata al ministero delle Politiche Agricole e Forestali solo da una organizzazione associativa in cui sono riuniti tutti gli operatori interessati che trattano lo stesso prodotto. Tra i Dop rientrano il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma, mentre tra i prodotti Igp troviamo, ad esempio, la Bresaola della Valtellina.
Tra le Stg ci sono invece la pizza napoletana e la mozzarella. Sul fronte dei vini, da segnalare che dal 2010 i marchi Doc (Denominazione di Origine Controllata), Docg (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) e Igt (Indicazione Geografica Tipica) sono stati ricompresi nelle macro categorie Dop e Igp.
Si parla, infine, di certificazione volontaria quando l’adesione alla certificazione da parte del produttore è libera e segue regole e norme tecniche di derivazione privatistica. La certificazione volontaria può riguardare prodotti food e no food (ad esempio, cosmetici e abbigliamento), il personale e il sistema di gestione per la qualità aziendale.

La Carta dei Servizi (che riconosce un’Azienda come Affidabile) e la Carta dei Valori (che riconosce un’Azienda come Sostenibile) sono appunto volontarie e vengono rilasciate dal Centro Sudi CODACONS-COMITAS alle Aziende che vogliono distinguersi sul mercato impegnandosi a tenere un comportamento ben delineato e stabilito, accettando il principio della conciliazione preventiva in caso di criticità.

Certificazioni e marchi di garanzia sono ormai decine e decine e spaziano in tutti i campi della nostra vita quotidiana. Ci si può fidare davvero di quanto ci promette questo ampio catalogo di etichette? E, soprattutto, come funziona un sistema di certificazione (e successiva verifica) che nel 2015 ha visto all’opera migliaia di organismi e laboratori di prova, centinaia di centri di taratura, ispettori e tecnici specializzati, movimentando un fatturato di quasi un miliardo di euro?
Partiamo dal caso del bio, una delle più conosciute tra le tante certificazioni esistenti sul mercato. Il suo obiettivo è a garantire che gli alimenti siano stati effettivamente coltivati e lavorati rispettando i requisiti europei in materia (regolamenti CE n. 834/2007 e n. 889/2007) e controllati da enti ufficiali riconosciuti. Un’azienda che vuole “fregiarsi” del logo bio deve infatti rispettare un disciplinare di produzione e il suo impegno è validato da un organismo di certificazione, a sua volta controllato dal Ministero delle politiche agricole e riconosciuto a livello nazionale da Accredia. Quest’ultimo, l’Ente unico nazionale di accreditamento designato dal governo, con i suoi 80 dipendenti distribuiti tra le sedi di Roma, Milano e Torino e i suoi 478 ispettori ed esperti tecnici, è il vero cuore dell’intero sistema a cui spetta in particolare il compito di certificare l’attendibilità di chi certifica, siano esse persone o macchinari.

Tornando allo specifico del bio, l’obiettivo della certificazione è quello di verificare il processo produttivo e garantire al consumatore prodotti genuini ottenuti nel rispetto del ciclo della natura. Un processo che coinvolge 14 organismi di controllo che nel 2015 hanno effettuato 77.500 visite ispettive su un totale di 59mila operatori. Mentre nel 2014 è stato di circa un miliardo di euro il valore economico generato dalle attività degli organismi di certificazione e ispezione e dei laboratori di prova e taratura. A sua volta, l’ispettorato del ministero delle Politiche Agricole, cui spetta il compito di supervisionare l’intero sistema, ha effettuato nel 2015 oltre 2mila controlli su 1630 aziende che hanno portato a 40 sequestri di prodotti, 138 contestazioni amministrative e 54 diffide.

La regolamentazione comunitaria sul bio pone il minimo a 1,1 ispezioni per impresa. Il sistema di certificazione europeo prevede però anche l’esecuzione di almeno un 10% di ispezioni supplementari da effettuare necessariamente senza preavviso. Un’attività concentrata nelle fasi più significative dei cicli di produzione, quando l’agricoltore più facilmente può cadere ‘in tentazione’, ricorrendo ad esempio all’utilizzo di antiparassitari non ammessi. È proprio in quel momento che un prelievo o un controllo contabile e di magazzino possono smascherare l’impiego di sostanze vietate, indipendentemente dai pochi giorni di preavviso.

 A vigilare sull’intero sistema, non solo sull’attendibilità del marchio bio, come detto è Accredia. L’ente opera su mandato del governo con la missione di attestare che gli organismi di certificazione e ispezione, i laboratori di prova, anche per la sicurezza alimentare, e quelli di taratura abbiano le competenze per valutare la conformità dei prodotti, dei processi e dei sistemi agli standard di riferimento.

Il punto che continua a sollevare non pochi dubbi è che la certificazione e le ispezioni vengono pagate dall’azienda produttrice. Per molti, dunque, un sistema in cui il controllato paga il controllore non sarebbe affidabile….può essere ambiguo ma funziona così in tutto il mondo, non si è trovato un metodo migliore, semplicemente si paga un servizio. Non dimentichiamo poi che il ministero dell’Agricoltura può intervenire a sorpresa ed effettuare ulteriori controlli.
La certificazione rappresenta una tutela in più perché è il modo con cui l’azienda attesta che il requisito che pubblicizza di un prodotto è garantito. Per alcuni il biologico non è più sicuro degli altri cibi non certificati perché ci sono delle regole imposte su tutti gli alimenti che ne garantiscono la massima affidabilità. Non vedo l’utilità delle certificazioni  bio che oltretutto hanno dei costi pesanti per le aziende.

I nostri uffici rimarranno chiusi dal 7 al 29 agosto

Menu Title