Tutela Legale Microimpresa

Comitas - Coordinamento Microimprese per la Tutela e lo Sviluppo

in collaborazione con

SPRECHI CHE NON SI POSSONO AMMETTERE

I rifiuti abbandonati sono un atto vandalico nei confronti dell’ambiente e della qualità della vita. Se, invece, vengono trattati valgono circa 10 miliardi di euro e costituiscono un naturale trend di crescita superiore al PIL.

Ma la vecchia tassa/tariffa rappresenta l’86,9% del totale delle fonti di finanziamento del sistema dei rifiuti (8,7 miliardi di euro). Mentre la tariffa puntuale, quella che premia chi fa bene la raccolta differenziata, viene applicata solo a 2,8 milioni di abitanti in 280 Comuni, meno di una persona su 20. E l’ecotassa, cioè le misure per penalizzare la discarica, è oltre 4 volte più bassa della media europea: pesa solo per lo 0,2% del totale della spesa per i rifiuti (127 milioni di euro). Dunque non ci sono solo alcuni Comuni che sbagliano la Tari, come ieri ha confermato il ministero dell’Economia e delle Finanze dando il via alle procedure per chiedere i rimborsi: è l’intero sistema che va messo a punto.

Sono i numeri contenuti nel Was (Waste Strategy Annual) Report 2017elaborato da Althesys. Una radiografia del settore da cui emergono luci e ombre. Dal punto di vista industriale, infatti, il trend è incoraggiante. Nel 2016 il valore della produzione dei 100 top player nei rifiuti urbani ha sfiorato i 7 miliardi e mezzo di euro, con un aumento del 3,8% sul 2015, più del doppio dell’aumento percentuale della nostra economia. Aggiungendo le 114 imprese che si occupano di selezione e recupero di materiali, si arriva quasi a 10 miliardi di euro, la metà dell’attuale manovra finanziaria.
“Ci sono segnali positivi, ma serve una strategia in grado di dare stabilità normativa, di creare un’Autorità di regolazione indipendente, di elaborare un piano di crescita infrastrutturale, di migliorare la raccolta differenziata in qualità e quantità. Bisogna favorire l’industrializzazione del settore, agevolando i processi di aggregazione e creando le condizioni per finanziare gli investimenti”.

La posta in gioco è alta. Si tratta di far entrare l’Italia nell’era dell’economia circolare tracciata dal pacchetto di misure che la Commissione europea ha presentato nel dicembre 2015 per aumentare l’efficienza nell’uso della materia. In ballo ci sono molti posti di lavoro (580 mila) e una bella fetta di Pil (7%). E su questo fronte la situazione è più critica: sommando le varie voci si scopre che solo poco più del 10% della spesa complessiva nel settore rifiuti va in direzione dell’economia circolare. Per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Unione europea bisogna superare una delicata fase di transizione nella gestione dei rifiuti urbani, caratterizzata dalla crescita dei player industriali e da criticità nel quadro della governance. Serve una maggiore unitarietà normativa a livello nazionale e un equilibrio tra regolazione e mercato in tutte le fasi della filiera, in particolare quelle del recupero dei materiali.

I volumi di raccolta nel 2016 sono cresciuti dell’1,3% rispetto al 2015 e le 100 aziende top hanno investito 349 milioni di euro nella filiera ambientale, con un aumento del 10% rispetto al 2015. Ma rispetto ai maggiori Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito) l’Italia presenta ancora deficit impiantistici significativi anche se il settore della selezione si sta lentamente consolidando: nel 2016 le prime dieci aziende hanno coperto il 37% del valore della produzione totale.

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